LietoBLOG

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Archivio per Gennaio 2007

Guerra – Franco Buffoni

Pubblicato da lietoblog su 16 Gennaio 2007

Negli ultimi anni, l’Italia (accondiscendente o no) è stata coinvolta in più di una guerra. Ciò è accaduto nella condizione fortunata ma moralmente ambigua data dall’avere il conflitto non in casa ma altrove, in paesi geograficamente o mentalmente lontani.
In questi anni Franco Buffoni ha composto le 14 sezioni di Guerra, che costituiscono un corpus di poesie esplicitamente civili non facile da trovare nella poesia contemporanea. La raccolta prende origine dal diario del padre dell’autore, redatto mentre era internato in campo di concentramento per avere rifiutato di aderire alla RSI. E’ questo il germe da cui nasce un vasto catalogo degli orrori e delle stupidità della guerra, in tutte le sue forme ed in ogni epoca, tracciato con un linguaggio asciutto che evita tentazioni retoriche.
Parte delle poesie della raccolta erano già comparse in altre pubblicazioni; chi ha letto la plaquette “Rammendi in cotone arancione” (Lietocolle, 2004), inclusa come terza sezione, sicuramente può immaginare tono e senso di Guerra, se non fosse che il narrato dei Rammendi, trattando di conflitti perlopiù remoti, è ammorbidito dalla distanza temporale e quindi permette al lettore un distacco maggiore rispetto alle altre sezioni dell’opera. Guerra è infatti uno di quei libri che si impongono alla lettura grazie ad una forte tensione emotiva generata dai fatti descritti – deportazione, Resistenza, situazione balcanica, fatti nominabili perché chiaramente leggibili nel testo. Ciò permette anche al lettore non troppo addentro alle questioni della poesia contemporanea di farsi coinvolgere e di apprezzare. E di apprezzare anche la mancanza di retorica, ma nel contempo di sperare che ci sia almeno un verso che proprio nella semplificazione della retorica fornisca un temporaneo sollievo. Mancando questa consolazione, la tentazione è quella di appigliarsi all’idea che il conflitto, la violenza autoinflitta alla specie umana, sia una sovrastruttura in qualche modo culturale, generata e curabile dalla cultura stessa, dall’educazione, e quant’altro. Buffoni invece chiude anche questa via d’uscita nella sezione “Se mangiano carne”, dove il discorso si sposta al mondo animale per dedurre che una radice del male è zoologica (sezione la cui lettura è utile anche a chi sia tentato dall’idea del progetto intelligente ora di moda, con i suoi esempi di insensata ma naturale violenza, che tutto sono tranne che dimostrazioni di una intelligenza di progetto).

Cosa rimane al lettore di Guerra, alla fine? Che se è vero che la storia dell’umanità è governata dall’evoluzione, questa però non riguarda l’umano scenario della guerra: la guerra è sempre la stessa, al limite evolve il dettaglio tecnico. Il garzone assegnato a girar l’aspo non è antenato ma fratello del pilota che si alza dall’aeroporto di Aviano; poi il primo tiene acceso il fornello per i chiodi della tortura, l’altro si immerge nella routine dei bombardamenti, ma trovare una differenza è solo materia da sofisti.

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Su “Gli aspri inganni” di Italo Testa

Pubblicato da lietoblog su 10 Gennaio 2007

Estrapolo questo breve contributo dall’articolo “Fenomenologia di Italo Testa“, pubblicato sul numero 87 di Fucine Mute Webmagazine da Christian Sinicco.

 

Senza clamori, alcuni poeti che già anni fa entravano in antologie, in selezioni come quella degli inediti al Premio Montale, escono, pubblicano e si confermano. E’ il caso di Italo Testa, nato nel 1972, originario di Castell’Arquato, borgo medievale a ridosso dei Colli Piacentini. Ha pubblicato lavori, sperimentali ma provati, quali Gli aspri inganni (Lietocolle Libri, Como, 2004 – pag. 38, euro 10), Biometrie (Manni Editori, Lecce, 2005 –  pag. 96, euro 10) e Sarajevo tapes (Edizioni d’if, Napoli – e-book).

Su Gli aspri inganni (1), riporto una parte della postfazione di Frene: “è un poemetto, sapientemente costruito ad anello, che inizia con uno stato di veglia/insonnia e si conclude con uno stato di sonno/ipnosi: in mezzo si staglia, nitida nella sua ineluttabilità seppur sfuggente, la vita, rappresentata continuamente dalla triplice immagine – talmente ricorrente da creare una sorta di moto statico ed ipnotico – del nuoto, del nuotatore, dell’acqua.”

La finzione che il poeta ha creato, qui, si potrebbe affermare lambisca le vie, le prospettive di verità, o la vita nella sua individuazione nel mutamento; e in continui giochi di emersioni e di immersioni tra questi concetti, sponde non prive di interrogativi e di silenzi tremendi, questo fare orienta il lettore alla ricerca di una risposta, pure nei pressi dell’attimo ultimo percepibile dove si rappresenta l’indistinto, dove ogni forma è risucchiata – come all’interno di un ganzfeld (2) o nell’oscurità più fitta –, e a questo proposito si leggano i brani I e IV del poema (3):

 

I.

 

Devi fare attenzione, orientare lo sguardo
in direzione del flusso: è bianco il velo
che lambisce i contorni, che acceca:

tu al bianco devi cedere, muto
aderire all’indifferenza delle cose.

 

IV.

 

A chi appartiene l’acqua che il nuotatore
misura, in lente bracciate solcando
lo specchio informe di un cielo vuoto?
A chi appartiene, se nel flutto affonda

la silhouette dorata nella luce?
Ma tu già viri verso le acque nere,
le grandi acque che attendono immote;
a delfino t’involi, ad occhi chiusi

segui l’onda all’isola di cenere;
se nei bracci argentati il nuotatore
serra e nasconde, a chi appartiene l’acqua?

Tu allora il corpo in fuga immergi, all’onda
consegna le vestigia delle forme,
brune parvenze che il flutto dilava.

 

Il poeta impiega nel processo di formazione dell’opera la filosofia, e in particolare la fenomenologia a partire da Husserl (4); e più che un discorso razionale sull’esistenza (o una teologia razionale o l’aderenza ad una verità immutabile, o ad una metafisica) Gli aspri inganni, e la finzione provocata nel lettore da tale scrittura, promuovono nuove modalità grazie alle quali cogliere l’esistenza. Non si tratta di una visione olistica, piuttosto punta l’attenzione sul gioco dell’essere con la sua rappresentazione. Ad un altro livello interpretativo questa formatività, sottolineando il gioco in cui siamo immersi e dal quale emergiamo interpretando, scoprendo significati, fa e sposta il nostro orizzonte culturale, grazie soprattutto alla creatività che disegna, in poesia, nuovi strumenti. In questo dare bracciate e intrecciare lo spazio potrebbero, tranquillamente, nuotare filosofi come Fink (5).

 

 

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