Su “Gli aspri inganni” di Italo Testa
Pubblicato da lietoblog su 10 Gennaio 2007
Estrapolo questo breve contributo dall’articolo “Fenomenologia di Italo Testa“, pubblicato sul numero 87 di Fucine Mute Webmagazine da Christian Sinicco.
Senza clamori, alcuni poeti che già anni fa entravano in antologie, in selezioni come quella degli inediti al Premio Montale, escono, pubblicano e si confermano. E’ il caso di Italo Testa, nato nel 1972, originario di Castell’Arquato, borgo medievale a ridosso dei Colli Piacentini. Ha pubblicato lavori, sperimentali ma provati, quali Gli aspri inganni (Lietocolle Libri, Como, 2004 – pag. 38, euro 10), Biometrie (Manni Editori, Lecce, 2005 – pag. 96, euro 10) e Sarajevo tapes (Edizioni d’if, Napoli – e-book).
Su Gli aspri inganni (1), riporto una parte della postfazione di Frene: “è un poemetto, sapientemente costruito ad anello, che inizia con uno stato di veglia/insonnia e si conclude con uno stato di sonno/ipnosi: in mezzo si staglia, nitida nella sua ineluttabilità seppur sfuggente, la vita, rappresentata continuamente dalla triplice immagine – talmente ricorrente da creare una sorta di moto statico ed ipnotico – del nuoto, del nuotatore, dell’acqua.”
La finzione che il poeta ha creato, qui, si potrebbe affermare lambisca le vie, le prospettive di verità, o la vita nella sua individuazione nel mutamento; e in continui giochi di emersioni e di immersioni tra questi concetti, sponde non prive di interrogativi e di silenzi tremendi, questo fare orienta il lettore alla ricerca di una risposta, pure nei pressi dell’attimo ultimo percepibile dove si rappresenta l’indistinto, dove ogni forma è risucchiata – come all’interno di un ganzfeld (2) o nell’oscurità più fitta –, e a questo proposito si leggano i brani I e IV del poema (3):
I.
Devi fare attenzione, orientare lo sguardo
in direzione del flusso: è bianco il velo
che lambisce i contorni, che acceca:
tu al bianco devi cedere, muto
aderire all’indifferenza delle cose.
IV.
A chi appartiene l’acqua che il nuotatore
misura, in lente bracciate solcando
lo specchio informe di un cielo vuoto?
A chi appartiene, se nel flutto affonda
la silhouette dorata nella luce?
Ma tu già viri verso le acque nere,
le grandi acque che attendono immote;
a delfino t’involi, ad occhi chiusi
segui l’onda all’isola di cenere;
se nei bracci argentati il nuotatore
serra e nasconde, a chi appartiene l’acqua?
Tu allora il corpo in fuga immergi, all’onda
consegna le vestigia delle forme,
brune parvenze che il flutto dilava.
Il poeta impiega nel processo di formazione dell’opera la filosofia, e in particolare la fenomenologia a partire da Husserl (4); e più che un discorso razionale sull’esistenza (o una teologia razionale o l’aderenza ad una verità immutabile, o ad una metafisica) Gli aspri inganni, e la finzione provocata nel lettore da tale scrittura, promuovono nuove modalità grazie alle quali cogliere l’esistenza. Non si tratta di una visione olistica, piuttosto punta l’attenzione sul gioco dell’essere con la sua rappresentazione. Ad un altro livello interpretativo questa formatività, sottolineando il gioco in cui siamo immersi e dal quale emergiamo interpretando, scoprendo significati, fa e sposta il nostro orizzonte culturale, grazie soprattutto alla creatività che disegna, in poesia, nuovi strumenti. In questo dare bracciate e intrecciare lo spazio potrebbero, tranquillamente, nuotare filosofi come Fink (5).
1. Gli aspri inganni” (1999-2000 la prima stesura; 2003-2004 stesura definitiva e pubblicazione);
2. Un “ganzfeld”‘ è una sfera cava, internamente dipinta di un bianco omogeneo, opaco e continuo entro cui si guarda attraverso un piccolo foro. Questa semplice attrezzatura ha lo scopo immediato di permettere di misurare i limiti del campo visivo. Ma i profondi effetti psicologici che si provano nel guardare a lungo in questo “nulla bianco” sono straordinari. Infatti, dopo alcuni minuti non si percepisce più di star guardando entro una sfera ma di essere sospesi in un nulla nebbioso e informe;
3. “Gli aspri inganni”: testi a pag. 11 e pag 14;
4. Edmund Husserl;
5. Eugen Fink.
