LietoBLOG

Il blog degli autori di LietoColle

Archivio per Aprile 2007

scusate lo sfogo…

Pubblicato da silviamonti su 28 Aprile 2007

eri sera ho partecipato a un reading di poesia. mi piace molto ascoltare le poesie “dal vivo”. tanto quanto mi piace leggere le mie in pubblico. ma non è questo il punto.
la rassegna era organizzata benissimo e in un luogo incantevole. non mancava nulla (nemmeno l’aperitivo, e gratis!), tranne il pubblico. qualcuno c’era, sì. ma considerato che la serata prevedeva le performance di 8 poeti giovani, la partecipazione mi è sembrata scarsina.
meno male, però! come mi è già successo in occasione di altri reading, a cui ho partecipato come performer o da spettatrice, ho pensato che bene avesse fatto chi se ne era stato a casa. o in giro a far qualcosa d’altro.
davvero, non ne posso più.
della vuotezza spacciata per arte.
chi mi conosce sa che non lo dico per cattiveria o presunzione, anzi. sono la paladina della libera espressione di chiunque. ma sono anche una persona seria.
chi si crede un artista ma riesce nel migliore dei casi a mettere in pubblico quello che produce in modo semplice ed ingenuo mi fa, in molti casi, tenerezza. ma quelli che lo fanno auto-incensandosi, senza un minimo di serio lavoro critico e di ricerca sulle proprie capacità e qualità e credendo di creare qualcosa di indispensabile per l’arte mi fanno uscire dai gangheri (avrei preferito dire incazzare a morte…).
così come mi danno da pensare gli organizzatori delle rassegne che invitano “artisti” di questo genere.
ogni artista dovrebbe seriamente offrire agli altri le sue creazioni perché gli altri possano trovare qualcosa di bello ( e lo dico in senso lato, anzi, di più) in quello che fa. ma il bello bisogna saperlo creare, anche cercare, e non è detto che chiunque possa riuscirci… e che dire del poeta, che crea con quanto di più disponibile ci sia al mondo e alla portata di tutti, cioè le parole?
insomma, meno male che ieri sera c’erano pochi spettatori. e meno male che le sedie erano comode, il luogo incantevole e l’aperitivo gratis…
mi resta solo un dubbio: i pochi momenti di poesia (vera) che ci sono stati, sono andati dove? dispersi nella mediocrità e nell’inutilità? oppure si sono insinuati facendosi largo?
non lo so, alla fine della serata sono scappata via, senza cercare i commenti. chè poi avrei dovuto esprimere i miei.
mi sfogo ora, è vero, e “pubblicamente”. ma, siccome sono una signora, non ho fatto nomi né cognomi
s.

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VOLETE IL PARTITO DEMOCRATICO? Meglio una…

Pubblicato da sinicco su 24 Aprile 2007

…RIVISTA!
Ho postato su AbsolutePoetry un articolo dal favoloso titolo “L’era delle riviste è finita? Facciamo una rivista. Chi ci sta?”. Oltre ad essere una provocazione sullo stato delle nostre riviste e dei blog, mi interessa sondare la disponibilità delle persone, attraverso una semplice e istintiva adesione (del tutto virtuale per ora). Ottimale sarebbe giungere a un centinaio di nominativi, e prodigarsi in qualche iniziativa collaterale…ad esempio una e-zine, con i link ai migliori articoli in rete. Si tratta di innescare una miccia. Siete dinamitardi? Se sì, aderite postando il vostro nome qui, o su AP!

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Pubblicato da assirialessandro su 24 Aprile 2007

Ieri ho esitato a raccontarmi, ma io non sono un buon scrittore e a volte faccio lo spavaldo. Si scrive solo nella timidezza, nel gusto del riserbo, nello squarcio d’improvviso che allontana il malinteso. Si scrive non si dice.(continua..) 

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citazioni e tormentoni (1)

Pubblicato da silviamonti su 14 Aprile 2007

Non so se sia capitato a tutti/e ma credo che molti abbiano una personale “raccolta di citazioni”. Intendo quella serie di frasi, brani di poesie, di racconti, di articoli, di canzoni che per un motivo o per l’altro ci colpiscono e che per questo decidiamo di conservare. La mia raccolta è cominciata, com’è ovvio, nell’adolescenza. Ho accumulato pagine e pagine di frasi che ritenevo indispensabile conservare, per rileggerle. Frasi che pensavo essere il meglio, la massima espressione riguardo ad un argomento, un concetto, che io non avrei saputo mai esprimere così bene. A volte alcune di quelle citazioni son diventate veri e propri tormentoni, come quei motivetti che ritornano sempre in testa, senza sapere perché.

Mi è venuta allora l’idea di rimetterle all’aria. Solo alcune, ovviamente. E un po’ alla volta…

“Non amo la poesia che sopra la sensazione divinamente fresca e nuova si alza più tardi serenamente e domina. Essa potrà essere dello stato d’animo posteriore, potrà insomma valere come poesia del ricordo, essendo questo pure un fatto naturale del nostro spirito. (…) Ma non certo si deve negare valore alla poesia che ha in sé tutti i colori fiammanti e quasi viventi delle sensazioni che proprio in quell’istante ha toccato la nostra sensibilità e ne ha tratti i moti che non più si potranno osservare, se pure l’anima, in stato di calma e serenità, vorrà ancora riandare al suo passato, e guardarlo deformandolo.”

Sandro Penna

(da “Sandro Penna, una biografia” di E. Pecora, Frassinelli, 1990)

s.

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Self promoting link

Pubblicato da marcosimonelli su 13 Aprile 2007

Segnalo che sul blog “La Poesia e lo Spirito” è comparsa oggi, a cura di Francesca Matteoni, un’anticipazione del mio prossimo lavoro “Palinsesti”, corredata da un interessante artwork trash.

Chi fosse interessato può cliccare qui e lasciare un commento.

Grazie.

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confini

Pubblicato da maxbarl su 12 Aprile 2007

Tra i libri che ho riportati dalla Germania c’è, su consiglio di una generosa amica tedesca questo “Wegmarken” di Dagmar Nick. Trattasi, mi ha detto, di “un’anziana poetessa ormai un po’ ritiratasi in solitudine ma comunque abbastanza conosciuta in patria, mai tradotta in italiano, credo”. Sfoglio, è un libro in memoria del defunto marito, mi colpisce una poesia che inizia con questi versi: “Voce,/così incorporea, fluttuante/eppure, unica parte/veramente tua che mi rimane…” (Stimme,/so koerperlos und so fluechtig/und dennoch der einzige Teil/deiner selbst, der mir bleib…). Mi strugge questo calmo dolore, questa autenticità del magnetofono così distante dal wire esaltato di Lenny Nero di “Strange days”. Credo sia più facile immaginare visivamente un assente che riascoltarne la voce: la voce è più antica; l’immagine, oggi che ci scopriamo meno iconoclasti, potrebbe essere falsata, ritoccata; la voce di chi abbiamo amato è invece inconfondibile, anche per la macchina cui detto queste righe…

“Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti/ scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,/ il batticuore, la notizia, la grande notizia./Questo è avvenuto, nel 1990. E’ avvenuto, certamente/è avvenuto…” Qui il grande Milo squarcia per noi la tenda di un cinematografo alla De Sica e ci costringe a scandire il dolore a 132 di metronomo; poi rallenta, quando la voce gli dà la grande notizia: che fu vita vissuta, amore di carne e sangue, è quella voce, prima ancora della notizia, a confermarglielo…

La voce, il suo ritmo primigenio, origine e fine; poi vennero la danza, il canto, i versi, questo computer ora…

Rimane uno sbatter d’ali in lontananza da questa finestra al tramonto.

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VARIazioni sul libro di Franco Buffoni “Più luce, padre”.

Pubblicato da maxbarl su 10 Aprile 2007

Un libro importante che supera odio, istinti, violenza attraverso il riconoscimento dell’altro (autrui, avrebbe detto il primo Levinas): non è poco di questi tempi, e mai facile. Infatti viene ad essere attualizzato attraverso un percorso di immedesimazione empatica, un progressivo atto d’amore portato a compimento nei confronti della figura paterna, cui la frettolosa quarta di copertina (che differenza con la prima, quel gran titolo e quell’abbraccio complice), non rende merito. Guardate a proposito della copertina, quanto può un’immagine: del rancore primigenio rimangono qua e là i ruoli attanziali del nipote Piero, il discente mai rinunciatario del dialogo in questione; a volte Piero sembra essere Buffoni che parla con il padre che avrebbe voluto avere, a volte Piero è il padre al quale Buffoni avrebbe voluto parlare; sicchè di quell’antico rancore rimane un’esclamazione iconica del tipo- “Guarda testone, cosa ci siamo persi per la tua rigidità!” Messa così suona come lieto fine, in realtà quel doloroso cammino della memoria segna magistralmente la prima parte del libro e ne traccia le coordinate private e universali del dover essere uomini: senza questa elaborazione, parlare di orrore della guerra rimarrebbe puro esercizio retorico. Poi Franco, riconciliato in privato, volge i suoi strali verso altri agenti della mala educacion tuttora in grado di nuocere e lo fa con veemenza civile e storico-antropologica, supportato dalla certezza del Diritto della scuola anglosassone e dalla categoria, modernamente fluida, della ragionevolezza; i riferimenti culturali di appoggio si fanno più densi e sempre stimolanti, pure se talvolta sembrano evocare alcune omissioni che non avrebbero sfigurato nell’impianto: per restare ai classici, il grande antropologo polacco Bronislaw Malinosky ad esempio, pure di scuola inglese, o Merleau Ponty, magari aggiornato da Bonnefoy, e ancora Bion, meglio di Freud; quanto a Nietzsche, credo che almeno quello dei frammenti postumi sia più vicino all’autore di quanto egli non voglia ammettere. Il libro spinge ad ulteriori riflessioni; prima lasciatemi però accennare al sorprendente finale in cui si rimette magistralmente, e maieuticamente in gioco tutto l’impianto di certezze acquisito, lasciando intravedere la possibilità di sì comprendere l’eterno nuovo che si affaccia dalle fluide categorie della network society, ma di voler lasciare a questo punto il discorso aperto: sconfortato lascito alle nuove generazioni, vezzo da Maestro in bottega o atto paterno d’investitura e filiazione? Se conosco un po’ Buffoni propenderei per il Maestro, tanto da spingermi a dedicargli in anticipo questi versi che scrissi sul delicato e latitante ruolo: “Maestro a te non chiedo/coni di luce/anzi la negrezza di un dito/che annunci una curva/al limitare del pensiero./Poi possa andare/con l’impronta del tuo palmo/pregare per la tua solitudine,/per l’incerta misura del passo.” Sul libro, a parte aggiungere che i dialoghi sono impreziositi da bellissime liriche dell’autore-quasi un coro classico-mi fermerei qui per non togliere il gusto d’una lettura tutta d’un fiato. Ma torniamo alle considerazioni cui facevo cenno:
• Chiesa: pare dolorosamente assurdo a chi è dotato di ragionevolezza, doversi civilmente confrontare con proiezioni simulacrali di terrori atavici: se pensassimo in fondo che gonnelloni neri e soprattutto rossi non sono in ultimo che epifanie, reazioni estreme al disagio di affrontare questo umano smarrimento di fronte alla finitezza e alla caducità, potremmo offrire loro un supporto psicologico e d’amore piuttosto che spenderci in un dibattito serio e sfiancante. Ma il problema anche qui è di potere istituzionalizzato: che l’uomo nero delle favole si incarni, si strutturi e pretenda di guidarci, buone o cattive, verso la verità e la meta, è difatti un problema politico che come tale andrebbe affrontato dalla diplomazia delle gerarchie e degli Stati; alla base c’è sempre questo essere fragile, rizzatosi troppo in fretta su due zampe, che rende tutto maledettamente complicato: l’impotenza della ragionevolezza contro il falso amore, direi per mettere un’improbabile chiusa alla stoica querelle buffoniana;
• New media: sulle potenzialità libertarie dei nuovi media (e della Scienza in generale) Buffoni non assume, giustamente, posizioni apocalittiche, anzi sembra salvarli; tuttavia il discorso meriterebbe un approfondimento; questi nuovi media che ostentano ipermediazione da una parte e promettono immediatezza dall’altra non fanno rispettivamente che rimediare, per dirla con Jay David Bolter, prospettiva rinascimentale o trompe l’oeil; alla base c’è dunque il vecchio-quanto-il-mondo desiderio di immediatezza e di immortalità; con in più, re mediated anch’esso, lo sguardo maschile indagatore che seziona e rimuove il corpo dalla società: “dimenticarsi del corpo è un vecchio trucco cartesiano”, ammonisce Allucquere Rosanne Stone. Certo, le possibilità di azzerare i tempi e gli spazi della surmodernità sono immensi e sicuramente vantaggiosi; sentiamo istintivamente, da una parte, che ciò ha a che fare con la libertà; ma quale libertà? Se la domanda che intercettano questi media è sempre e soltanto quella di avvicinarci a un Dio, cade tutto l’impianto della recerche del volume in parola: il bisturi e il microscopio richiamano lo sguardo del maschio che soppesa e taglia secondo un modello, il culo virtuale ci dispensa forse dall’arrossire ma non ci salva dall’inferno delle smagliature; delle feste del Re Sole la festa stultorum ne ha preso la piazza e la noia: in questo percorso che rischia di portarmi dritto verso un inaspettato nichilismo (sigilliamo con un bel masso la caverna platonica con tutti dentro a rimirar le ombre) la Chiesa si illude di aver indicato vittoriosamente l’astensione all’ultimo referendum; voglio invece credere sia stata superata a sinistra da codesta civile istanza: la scienza persegue il nostro bene o insegue i nostri (ed i suoi) fantasmi d’immortalità?
• Padri e madri: c’è una sorta di equazione, quasi un cultural pattern, che sembra unire nel tempo e nello spazio anime sensibili famose e meno famose, cui anche Franco indirettamente accenna: padre severo-madre buona-figlio/artista omo. “Mi domando che madri avete avuto…” si domandava Pasolini nella sua Ballata; azzeccata, ma, mi domando io, sempre le madri degli altri!? La quaestio non potrebbe aggiornarsi in un più umile: “Mi domando che madri (al plurale: nonne, bisnonne, sorelle) ho avuto?” Queste madri fragili, vittime della violenza bruta dei mariti! Ieri forse, ma oggi! Dico, ma per dargli due calci negli zibidei non c’è mica bisogno di chiamarsi Sibilla Aleramo, oggi! Eppure ne ho sentite di donne siciliane con il rosario in mano sussurrare in sottotesto: minchia se non fai questo e quello ce l’hai piccolo e quasi quasi preferisco N’Toni a tia- e spingere i mariti alla pugna! Dov’è internet adesso? Certo, “papà urlava e la mamma mi difendeva, mi capiva con il suo amore immenso di madre”, ma queste madri vittime silenti, perché accettavano/accettano queste situazioni?! “…lo sguardo di lei fiera che ostenta altri pensieri/dell’uomo di cui porta, e forse li desidera, le carezze e il giogo.”Chiudeva così Mario Luzi una magnifica poesia della raccolta “Nel Magma”. E ancora, se da questa sopportazione timorata nasce un patto segreto, invisibile, complice con il proprio figlio piccolo, una sorta di “maggiorascato matriarcale” che suona “tuo padre mi ha deluso, per fortuna che ci sei tu, il pisellone di casa che mi ripaga, tu sei l’unico mio uomo, per sempre” nessuna meraviglia veder fuggire a una a una le candidate nuore di turno! Ma la parte maschile, stronzo?, mi dirà qualcuna? Credo che l’istituzionalizzarsi del sistema culturale maschile di potere e di sguardo abbia contribuito in maniera decisiva a far arretrare, disinteressata ma a volte colpevolmente complice, la parte femminile: assistevo rassegnato allo spot di un noto gestore di telefonia laddove una soubrette, alludendo a veniali incidenti di percorso che presumibilmente l’avevano coinvolta, dichiarava giuliva: “Ci sono ricascata!” Capite, ri-cascata! Come qualcosa, sensi o potere, a cui non è riuscita a dire di no, qualcosa di molto forte a cui non ha resistito che l’ha ridotta a passiva vittima; ohi, ma la Bibbia era molto più moderna al confronto! Lì almeno c’era una donna attiva, pericolosa se vogliamo, da un certo punto di vista, che prende una mela e dice- “mangia scemo, fregatene di leggi assurde”! Regressione? Propenderei più per un progressivo abbandono della scena, ma anche per una accettazione coatta dei suoi registri; pagata da tutti noi a caro prezzo; scrissi dei versi al riguardo, che ancora sento “in costruzione” e come tali, con cautela, li porgo: “Mi carico la colpa dei miei padri/greci, della protoborghesia olandese/dei poeti trobadori: alzare statue di carne/su blocchi di marmo/e cantarvi la pietra,/cantarvi la pietra./Però anche voi,/con quel tira e mordi del capezzolo/la predilezione per il simbolo/la prelazione sulla morte,/anche voi,/vi ci siete adagiate su quel marmo./Mi stava bene:/le regole del gioco/pretendono il sublime alla difficile meta/e anch’io ho giocato/ma ho smesso di cercarvi./Avrei almeno voluto dirvi-/da non so quanti mila anni/qui i danni ormai sono irreparabili:/Tornate…” O forse è solo un problema di tempi, ancora troppo brevi; scriveva la Yourcenar, “se una ventina di vegliardi si tenessero per mano, la loro catena umana ci porterebbe indietro sino quasi agli inizi della nostra avventura”; e dunque, se con tre vegliardi arrivo dritto alla mia bisnonna, senza un adeguato percorso di crescita, conoscenza, comprensione, affrancamento, si rischia una misera replica di modelli sociali precostituiti e il problema che rimane è prima antropologico (culturale), poi giuridico (sociale); ma questo mi conferma la chiarezza dell’impianto del libro di Buffoni, che amaramente sottoscrivo.
• Omosessualità: è anche l’omosessualità una reazione a quanto detto finora? La mia è una domanda provocatoria, ma mi muove una quasi certezza, intuitiva e non scientifica, che al realizzarsi di una social catena, fraterna e di diritto quale Franco persegue (e io con lui), non ci sarebbero più guerre né generali Patton ma solo armate di Vigili del Fuoco; non ci sarebbero neanche vescovi assetati di potere temporale ma solo preti fraternamente spirituali; non ci sarebbero, probabilmente, nemmeno omosessuali bensì (aspetti a esultare Lei!) esseri gaiamente, serenamente, bi sessuali. Anche preti bisessuali, certo!
ROMA, 2007

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altre parole

Pubblicato da assirialessandro su 5 Aprile 2007

L’io come vuoto universale o parte di una biografia immaginaria seppur credibile, tentativo di rintracciare una scomparsa in un flebile chiaroscuro. Come posso scrivere parole autentiche? In questa cultura del sentito dire rintraccio a stento epifanie di senso. Giochicchio con l’inutilità e vi sfuggo solo nel becero tentativo di ritagliarmi una piccola parte nel dramma. Cado ogni volta che farnetico sindromi di futuro in parole che profumano di installazioni, non di contaminazioni, di ascolti, di affanni e l’impegno, se ancora esiste è sopravvivere. L’inabitabilità dell’attuale ricerca paraventi e la poesia, sfoltimento per intravedere l’autentico, ripiega in versi stanchi. Leggo cronache d’infelicità diffuse, sottofondi di pensieri recisi e mi chiedo dove siano finite le chimere, le ombre e le impronte, insomma le parole, quelle veramente “nomadi” che sono sintomo di viaggio, transito d’anima….e ancora l’individuale che trabocca, nulla ha a che fare con l’individuo ne coi suoi detriti. Credo che piccole discussioni come quelle che abbiamo fin qui affrontato, potrebbero essere interessanti anche come dibattito dal vivo . Si potrebbe tentare di organizzare incontri tra autori che siano motivo di confronto e trovarsi magari a discuterne, in sedi come dire, itineranti. Buttata lì pensiamoci. L’occasione mi è gradita per porgere a tutti gli auguri di una buona Pasqua e dintorni

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da “quaderni dell’impostura” inedito 2

Pubblicato da assirialessandro su 4 Aprile 2007

Non ho mai fatto altro che  parentesi e se mi chiedo dove ho parlato di me, mi riscopro solo nelle attese. Questo sommarsi di cose annoia il mio mondo, lo inquina di magagne e dissapori, ho poca voglia di starlo a guardare e allora scrivere diventa un esilio, lettere dal fronte, terra secca, sudore di trincea…poi laggiù dove scorgo il nemico, ma non oso sparare, dove si annida la vita, ma sono incapace di andare.

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