Siamo disaggregati, nascosti dietro giustificazioni di differenze, abbiamo perso il retaggio creativo dei movimenti. Gestiamo il gesto artistico in solitudine, l’estemporaneità della condivisione è preclusa, l’immediatezza, nella qual cultura crediamo di vivere, è in realtà un confezionamento, una porta sbarrata verso le uscite. Viviamo in una marginalità autoimposta e crediamo di esserci stati relegati. Fenomeni condivisi nascono da espressioni condivise. Il recupero del laboratorio, dell’officina, dello sviluppo collettivo. Le parole, prima di essere tradotte nel senso, vanno ascoltate nel suono ed espresso nel loro carattere corale. Produrre forme, ma non circuiti è un esercizio inutile: è l’incapacità dell’arte di mettersi in viaggio.
Ma quale officina?
Pubblicato da assirialessandro su 14 Dicembre 2007
Siamo disaggregati, nascosti dietro giustificazioni di differenze, abbiamo perso il retaggio creativo dei movimenti. Gestiamo il gesto artistico in solitudine, l’estemporaneità della condivisione è preclusa, l’immediatezza, nella qual cultura crediamo di vivere, è in realtà un confezionamento, una porta sbarrata verso le uscite. Viviamo in una marginalità autoimposta e crediamo di esserci stati relegati. Fenomeni condivisi nascono da espressioni condivise. Il recupero del laboratorio, dell’officina, dello sviluppo collettivo. Le parole, prima di essere tradotte nel senso, vanno ascoltate nel suono ed espresso nel loro carattere corale. Produrre forme, ma non circuiti è un esercizio inutile: è l’incapacità dell’arte di mettersi in viaggio.
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