Quando mi hanno chiesto di partecipare a questo Lietoblog immaginavo (da bravo prevenuto qual sono e fui) di dover fare un po’ l’operatore culturale, un po’ il critico, un po’ il traduttore e -confesso- anche un po’ il cazzaro. Quest’ultima cosa mi riesce particolarmente bene, quindi ho pensato fosse meglio aderire.
Scorrendo i vari interventi pubblicati (ho letto principalmente le poesie e le rispettive biografie — sono un lettore ipocrita, ammetto pure questo) mi sono imbattuto in quella che mi appare una sincera e appassionata dichiarazione di poetica, pubblicata da Alessandro Assiri (che non conosco personalmente e con cui non ho mai scambiato nemmeno due righe). Ha per titolo “Interventi sulla parola” e suppongo che “la parola” sia il soggetto del discorso, sebbene molti contenuti si possano applicare anche al concetto stesso di poesia e scrittura. L’ho letta d’un fiato e, come dicevo, mi ha dato un’idea. Non conosco personalmente la maggior parte dei redattori ma credo che avvicinarsi alle rispettive poetiche, scritture, posizioni critiche, ideologiche etc. non possa fare altro che bene. Nel senso che o impariamo a conoscerci e magari a discutere insieme (correndo anche il rischio di scannarci a vicenda) oppure possiamo tranquillamente ignorarci e usare questo spazio in un modo un po’ anonimo ma pur sempre dignitoso…
Sarebbe stato mio intento scrivere una bella nota di poetica, magari usando quelle parole che quando si usano devi controllarne il significato sul dizionario, quelle parole che non usi mai se non quando giochi a saltinmente e vuoi fare un po’ il figo (Figure retoriche con la Z? Zeugma!). Trovo sia invece più salutare se tralascio queste cose (tra l’altro, adesso, non mi ricordo neppure cos’era lo zeugma) e parto direttamente selezionando fra virgolette gli estratti dal post di Assiri che mi hanno fatto riflettere di più e li uso per un confronto diretto, cercando di illustrare (almeno in parte) ciò che è per me la parola. Si tratta di un discorso un po’ personale ma spero possa dare l’avvio a un po’ di dialogo, fermo restando che nessuno sia così manicheo da dividere tutto in “giusto” o “sbagliato”, si parla di sfumature, qui)
“Un segno a cui si accoda un significato o il tentativo di attribuire un’identità, il rifugio nel nominale, come se solo nel conosciuto fosse consentito trovare riparo.”
Ecco, l’identità. Tema a me molto caro per una varietà di motivi che adesso tralascio. Non so esattamente se la perdità di identità sia il male del millennio o quante teorie ci siano sull’identità, ci vorrebbe un filosofo (Italo Testa, se ci sei batti un colpo!). Da bravo piccolo schizofrenico ho constato che un’identità unica, univoca e unilaterale non esiste. E questo, suppongo perchè, essendo l’uomo in continuo movimento mentale fisico e spaziale, le sue percezioni tendono col tempo a subire cambiamenti anche radicali. Questo mi porta al punto successivo, cioè a ciò che non può essere interamente conoscibile.
“La parola questa sconosciuta , questa traccia di fuoriuscito umano che si schiude all’interpretazione e disvela il suo mistero. La parola senza futuro, soffocata dalla contemporaneità, dalla cultura dell’istante che fagocita e inghiotte ogni cosa non sia immagine, e la parola che immagine non è, ma solo il suo riflesso si avvia all’esilio, lo stesso esilio delle storie raccontate che vivranno nella memoria dell’”homo videns” come sequenze che non si potranno più narrare, ma solo riprodurre.”
Qui Assiri tocca un mio nervo scoperto, anzi, scopertissimo. Premesso che l’espressione “traccia di fuoriuscito umano” mi piace moltissimo anche se a qualcun altro potrebbe suggerire idee un po’ più corporali che filosofiche, credo che il mistero, nella parola, ci sia davvero. Nel senso che non è solo un rosselliano “pozzo di comunicazione” ma anche un buco nero con universo parallelo annesso. Purtroppo però siamo contemporanei di noi stessi.Lo dico col tono di chi ammette una sconfitta. Sono nato “homo videns” e temo che morirò “homo videns” (o forse “homo internauticus”? Atrofizzato e fuso nella tastiera?). Ad un certo punto della mia ricerca espressiva col verso, ho avvertito la sensazione di non riuscire più a dire qualcosa di nuovo ma di riprodurre stancamente vecchi temi e stilemi appartenuti a qualcun altro prima di me. All’inizio ho combattuto con questa idea. Poi, come accade con l’artrosi e l’alluce valgo, ci sono venuto a patti. Per me era un dato di fatto e non mi restava che accettarlo. La necessità espressiva c’era, non mi rimaneva che cercare di utilizzarla anche a rischio del patetico. Dal patetico al grottesco e dal grottesco al kitsh. Il passo fu breve. E già che ormai il guaio era fatto, decisi di andare a fondo e cercai di attingere materiale espressivo dagli scarti figurali, retorici e ritmici della nostra lingua e della nostra cultura. Ben presto arrivai a considerare i materiali di scarto più disparati (da Beautiful a Marta Flavi, da Wanna Marchi ai Puffi, da Aldo Biscardi a Holly e Benjy) come punti di partenza per una ricerca mitologica alle radici (o alle vette?) di una loro possibile materia significativa.
“L’etica della narrazione è minacciata dall’esasperazione del visivo, ci si confessa davanti a un monitor, non davanti a una pagina, in questo procedimento la parola non può più sorgere da fonte emotiva, ma solo apparire, non farsi, ma darsi, concedersi senza reticenze allo straripante, unica voce dello show che reclama l’eccesso”
Sì. Concordo. Acuta analisi. Ma ormai non mi pongo più il problema dell’apparire della mia parola. Poco male, insomma, se invece di farsi, la mia parola si concede. A questo punto immagino queste mie parole come le notturne passeggiatrici campaniane: grasse, imbellettate, compiacenti, eccessive, parole-baldracche ma anche parole-baraccone, da circo, insomma. Se serve a veicolare un messaggio, se serve truccarsi per essere, allora lo faccio. Ma non perchè mi pagano. Posso essere una “donna di facili costumi” (abbondate con la polisemia a questo punto) ma non una meretrice. Il mio intento non è di consumo ma di distribuzione di una materia. Se mi è permesso di usare un verso di Rosaria LoRusso, vorrei che la mia scrittura fosse una “grande madre da trivio”. La scrittura mi ha richiesto di “darmi in pasto alle belve” (sempre LoRusso) e ho scritto un poemetto su San Sebastiano. Per me la ragione di quello scritto non era tanto estetica quanto ideologica. Affermare l’esistenza della figura dell’”Abbandonato”. Dare dignità ad un’identità collettiva condivisibile. Al lettore (o meglio, al fruitore del testo) è riservato il diritto, poi, di pescarvi il significato che preferisce.
“Il potere evocativo della parola determina le circostanze, la forza dell’immagine dilata le conseguenze, ma la bugia del racconto è quella delle fiabe dei cattivi puniti e delle malefatte smascherate, dove il reale, che purtroppo, è altra cosa non ha spazio e allora ecco il grande inganno della perdita di senso, lo smarrimento narrativo che incapace di delegare al lieto fine si svuota smettendo di sperare e in troppi casi votandosi al cinismo.”
Ahimè, mi accorgo che adesso rischio di passare per cinico e nichilista, per arrivista, per edonista (reaganiano, per giunta!) e forse anche per paninaro. Il fatto è che una parte di “male” dentro di noi c’è. Tutti noi. Credo sia per questo che nei film della Disney degli anni 80-90 chi come me era bambino tendeva ad identificarsi col cattivo. Sotto sotto, io speravo che la Sirenetta fosse sistemata sulla sedia a rotelle e che Ursula, la strega-polipo che assomigliava ad una versione dark di Bette Midler spadroneggiasse sul Regno degli Abissi. Assisi parla del “reale” e io mi sono ritrovato a pensare che l’unica cosa “reale” che conoscevo era la scala del poker. Questo perchè una realtà univoca ahimè non esiste. Esistono le realtà. Direi anche: le nostre, quelle di chi ci circonda. Molti sperano. Ma non credo che ci si possa “votare” al cinismo. Non penso che ci si alzi dal letto una mattina pensando: “Oh, beh, mi sono rotto di sperare, da domani divento cinico”. Ci sono dei momenti, nella vita, in cui il cinismo produce gli stessi effetti della speranza: io ad esempio sono cinico nel senso greco, cioè sono un cane. E in quanto cane, ciò che mi ha salvato più d’una volta dal soccombere durante il corpo a corpo col reale (qualsiasi cosa fosse il reale in quel momento) è stato proprio un istinto di sopravvivenza canino. Dipende dai casi, ovviamente, ma non mi sentirei di condannare il cinismo in toto. Soprattutto in un certo tipo di scrittura. Impariamo a conoscerlo prima di giudicarlo.
“Da una vibrazione insignificante, capace di generare finzioni come effetti stupefacenti, la parola si apre e diventa comunicazione estetica, capacità di veicolare messaggio. Testimonianza o verbo, a questo punto poco importa, quello che veramente necessita è la forza del dire, del dare forma al pensiero che nella parola si fa creatura.
Mi ritrovo in questa descrizione della vibrazione che nasce per farsi veicolo di un messaggio. Parola-veicolo, come un camioncino stipato di senso che rifornisce di biscotti tutti, porta a porta, senza distinzioni. E mi ritrovo anche nella necessità: anch’io credo sia più importante dare che dire (fra l’altro, questo stesso geniale calembour che così tanto senso possiede è finito anche in bocca a Patty Pravo, in una sua intervista degli anni ‘60, quando le chiedevano cosa volesse dire al suo pubblico di allora “Non mi interessa dire ma dare”… che donna!) Non so se la parola si possa far creatura. A me non riesce. O, meglio, non mi sentirei di definire la mia scrittura come qualcosa di vivo. Non a caso prima ho usato l’immagine dei biscotti. La parola potrebbe anche essere merce. Ma non una merce che produce reddito (chiunque abbia pubblicato un libro di poesie lo sa). Direi quasi una merce illegale, “stupefacente” che non va venduta ma spacciata. Non i biscotti del Mulino Bianco, dunque, ma quelli che faccio io quando non scrivo e non traduco, da brava casalinga, quei biscotti che poi porto orgoglioso alla mia vicina ma che non mi sognerei mai di farle pagare. Anzi, il fatto che genuinamente li apprezzi mi onora alquanto.
“Parola che si fa ragione di sé e tenta di diventare responsabile, perché solo nella responsabilità può trovare riscatto, responsabilità come supremo atto di amore verso l’altro che richiede prima di ogni cosa impegno di verità”
Questo sarebbe anche un mio obbiettivo ma ho sperimentato qualche asperità nel cammino. Ripeto, più che la verità, mi interessano le verità. Questo perchè non credo che ci sia una sola rivelazione. Ce ne sono molte. Di moltissimi tipi. Ad età differenti. In posti e momenti diversi. Questa convinzione mi ha aiutato moltissimo, più nel mio vivere che nel mio scrivere. Posso mentire in molti casi, ma mi è difficile mentire quando scrivo. Tuttavia, se mia madre si mette la sua tutina nuova attillata e mi chiede “Come sto?” io non me la sento di dirle “Assomigli all’ippopotamo danzante di Fantasia”, mi limito sorridere e a dirle che va bene perchè sono conscio che il suo ego è troppo fragile per sostenere QUESTA verità. Una verità che poi, in fin dei conti, è solo mia. La verità di mia madre è “Con questa tuta addosso dimostro vent’anni di meno”. Che diritto ho io di stabilire quale sia la verità giusta e quella sbagliata?
“Differenza allora, tra parola detta e parola scritta, tra persuasione e distacco, sì la stessa diversità che esiste nel pronunciare ciò che si è e nel riconoscersi per essersi visti.”
Altro nervo scoperto, per me: la parola detta (ma qui parlo di oralità) secondo me non è altro che la naturale prosecuzione della parola scritta. Ma credo e spero che avremo modo di approfondire l’argomento in separata sede. Mi è capitato nella mia miseranda esistenza di riconoscere parti di me in qualcun altro. Per me è stato un modo di “scoprire” la mia identità, più che “forgiarla”. Non ho forgiato un granchè, temo. Ho scelto di pronunciarmi man mano che mi scoprivo. E per scoprirmi inevitabilmente ho dovuto percorrere il tragitto dell’identificazione, (ivi compresa anche quella per opposizione). Nelle parole di Gennaro Cosmo Parlato: “Cosa c’è di strano?” Temo sia un processo che abbiamo attraversato tutti, volenti o nolenti, nel nostro scrivere e vivere (mi riesce ultimamente un po’ difficile scindere sempre le due cose ma spero sia solo una situazione temporanea).
Mi scuso con chi eventualmente troverà noioso e fuori luogo questo mio sproloquio delirante: ho paura che sia servito più a me scriverlo che a voi leggerlo, non voleva essere altro che un modo per rompere il ghiaccio e se possibile parlare di dinamiche, temi, toni, ingranaggi mentali e comunicazionali che non si ha poi modo di esprimere e approfondire a pieno nel quotidiano (ed è un peccato, forse). Mi scuso soprattutto con Alessandro Assiri per essermi attaccato come una pulce su un San Bernardo alla sua dichiarazione (fra l’altro, sbirciando nel suo blog, ho scoperto che legge Cioran, che è uno dei pochi filosofi che ho letto con interesse). Spero capisca il mio intento che, ci tengo a sottolinearlo, non vuol essere affatto polemico (forse un po’ narcisista, lo ammetto, ma parlando della mia scrittura che accetta anche il narcisismo come elemento per un possibile reciclaggio, mi era molto difficile fare altrimenti). Ecco, si, credo che come biglietto di presentazione pseudoideologico possa bastare. Resto in attesa dei punti di vista altrui, che, spero, ci aiuteranno un po’ a capire cosa siamo, quanti siamo, dove vogliamo andare e chi ce lo fa fare.